REPORT MEDITERRANEO CENTRALE SETTEMBRE 2026

Editoriale a cura di Eleana Elefante

Tredici anni dopo Lampedusa, la frontiera continua a spostarsi.

Il 3 ottobre 2026 ricorrono tredici anni dal naufragio di Lampedusa nel quale persero la vita 368 persone. Erano uomini, donne e bambini, in gran parte eritrei, partiti alla ricerca di sicurezza e di una possibilità di futuro. Dal 2016 il 3 ottobre è diventato la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, istituita per ricordare tutte le vittime dell’immigrazione e promuovere iniziative di sensibilizzazione e solidarietà. Tredici anni dopo, il Mediterraneo continua a restituire la stessa domanda: che cosa è cambiato?

Sono cambiati i numeri, le rotte, gli strumenti di controllo e soprattutto la geografia della frontiera. Non è cambiata, invece, la necessità per migliaia di persone di cercare protezione, sicurezza e condizioni di vita migliori attraversando confini sempre più difficili da raggiungere. Settembre 2026 si chiude con un dato degli arrivi sulle coste italiane nettamente inferiore rispetto agli anni precedenti. Ma, proprio mentre diminuisce il numero delle persone che riescono a raggiungere l’Italia, aumenta la complessità del sistema attraverso il quale l’Europa cerca di impedire loro di arrivare. La frontiera si sposta ancora più a sud. Passa dalla Libia alla Tunisia, dal Marocco alle enclave spagnole, dalle coste del Mediterraneo ai deserti, dai centri di detenzione alle procedure accelerate di frontiera e alla reintroduzione delle procedure Schengen, tentando di rendere l’Europa impermeabile sia nei propri confini esterni sia su quelli interni. Il Mediterraneo, luogo nel quale si incontrano Africa ed Europa, di fatto è diventato il laboratorio nel quale l’Unione sta sperimentando una nuova architettura della mobilità, fondata sempre più sulla prevenzione delle partenze, sull’intercettazione, sui rimpatri e sulla cooperazione con i Paesi di transito.

GLI SBARCHI. I dati del Viminale confermano che nel 2026 gli arrivi via mare sulle coste italiane sono rimasti molto al di sotto dei livelli registrati nel biennio precedente. Al 30 settembre, 22.786 persone hanno raggiunto le coste italiane, prevalentemente approdando a Lampedusa. Nel 2025 ne arrivarono 51.008. Il dato mostra quindi una diminuzione del 55,3% rispetto allo stesso periodo del 2025. La dinamica mensile, tuttavia, merita un’attenzione specifica. Dopo i 2.995 arrivi di agosto, a settembre gli sbarchi sono saliti a 3.224, con un incremento del 7,6% rispetto al mese precedente. La tendenza complessiva rimane però quella di un forte calo rispetto al 2025 anche se il ritmo degli arrivi estivi mostra che la rotta non è affatto chiusa. Il Mediterraneo continua a essere attraversato e, la Libia, continua a essere il principale Paese di partenza della rotta del Mediterraneo centrale. Nei primi otto mesi dell’anno infatti, l’81% delle persone arrivate in Italia è partito per lo più dalla Tripolitania mentre, solo il 10% ha avuto come punto di partenza l’Algeria e il 9% la Tunisia. Il dato conferma quanto la situazione libica continui a essere centrale per comprendere gli arrivi sulle coste italiane.

Le nazionalità dichiarate al momento dello sbarco al 30 settembre sono: Bangladesh con 5.685 persone; Algeria con 2.721 persone; Somalia con 2.649 persone; Sudan con 1.742 persone; Eritrea con 1.675 persone; (1.422), Pakistan con 1.561 persone; Egitto con 1.399 persone; Tunisia con 1,197 persone. Seguono Mali con 434 persone; Nigeria con 360 persone; Etiopia con 356 persone e altre nazionalità. Il quadro conferma una variazione delle nazionalità in testa rispetto ai mesi precedenti, ulteriore indice del mutamento in corso dei flussi migratori. Particolarmente rilevante è la presenza di persone provenienti dal Sudan, Paese profondamente segnato da una guerra pressoché dimenticata e, dall’Eritrea, dove persistono condizioni politiche e sociali che da anni alimentano una delle principali componenti della diaspora eritrea.

I MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI. Anche il dato relativo ai minori stranieri non accompagnati rimane significativo. Da inizio anno al 30 settembre risultano essere arrivati via mare in Italia 4.566 minori stranieri non accompagnati, contro i 9.151 dello stesso periodo del 2025. La loro presenza ricorda che dietro la statistica degli arrivi esiste una componente particolarmente vulnerabile della popolazione migrante: adolescenti che affrontano lunghi percorsi senza la protezione di familiari, spesso dopo aver attraversato guerre, violenze, detenzioni e sfruttamento. La riduzione numerica non basta da sola ad eliminare la vulnerabilità. La rende semplicemente meno visibile.

NAUFRAGI, MORTI E DISPERSI. La diminuzione degli arrivi sulle coste italiane continua a convivere con una realtà molto diversa in mare: settembre ha restituito una nuova sequenza di naufragi, morti e persone disperse lungo le rotte del Mediterraneo. Il 7 settembre, nel giro di poche ore, tre imbarcazioni sono naufragate al largo di Lampedusa: 2 corpi sono stati recuperati e circa 20 persone risultano disperse. In uno degli episodi, secondo i racconti dei superstiti, a bordo vi erano circa 55 persone partite da Sfax; soltanto una parte è stata tratta in salvo. Pochi giorni dopo, il 12 settembre, un’altra imbarcazione si è ribaltata al largo di Lampedusa: 46 persone sono state soccorse ma, 1 donna originaria della Guinea è morta annegata. Ancora più grave il naufragio avvenuto tra il 13 e il 14 settembre sulla rotta dalla Cirenaica verso Creta: a bordo di un gommone viaggiavano 77 persone; 51 sono state recuperate, 1 donna è stata trovata morta e almeno 25 persone risultano disperse. Nella stessa area libica, il 6 settembre, un’imbarcazione naufragata al largo di Sultan, nella regione di Sirte, ha provocato la morte di 1 bambina di cinque anni; 68 persone sono state tratte in salvo dalle autorità libiche. Il mese si è chiuso con un’altra tragedia sulla rotta tra Libia e Tunisia. Il 29 settembre la nave Aurora di Sea-Watch ha individuato un gommone quasi completamente sgonfio, recuperando 5 superstiti e 2 corpi, tra cui quello di un bambino. Altri 23 naufraghi, fra cui 1 neonato, erano riusciti a raggiungere la piattaforma petrolifera Hasdrubal e sono stati successivamente soccorsi. Secondo le testimonianze raccolte dai soccorritori, 6 persone risultano disperse, 3 delle quali bambini.

Questi episodi raccontano una contraddizione ormai strutturale: meno persone arrivano sulle coste italiane, ma questo non significa che il Mediterraneo sia diventato meno pericoloso. I dati dell’OIM diffusi a settembre confermano che, mentre gli arrivi via mare in Europa nel 2026 risultano in forte diminuzione rispetto all’anno precedente, il numero delle persone morte o disperse continua invece ad aumentare. Sulla rotta del Mediterraneo centrale, in particolare, al 30 settembre, le vittime risultano già essere 998, contro le 844 dello stesso periodo del 2025.

Il dato più difficile da leggere è però quello delle persone che non entrano mai nelle statistiche degli sbarchi. Sono coloro che vengono intercettati e riportati nei Paesi di partenza, ma anche coloro che scompaiono senza che un corpo venga recuperato, un’imbarcazione venga individuata o una famiglia riceva una risposta. Ogni naufragio documentato rappresenta quindi soltanto la parte visibile di una tragedia più ampia. Il Mediterraneo continua a essere attraversato da persone che, per raggiungere l’Europa, affrontano viaggi sempre più rischiosi. E mentre il numero degli arrivi viene utilizzato come principale indicatore dell’efficacia delle politiche di controllo, il mare restituisce un altro parametro: il costo umano di una frontiera che si chiude senza smettere di essere attraversata.

LIBIA: LA FRONTIERA PRIMA DEL MARE. La questione libica rimane anche a settembre uno degli elementi centrali della politica migratoria italiana ed europea. La Libia continua a essere il principale Paese di partenza verso l’Italia e contemporaneamente uno dei luoghi nei quali le persone migranti vengono intercettate, detenute e sottoposte a forme di sfruttamento. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nel febbraio 2026 aveva documentato un sistema di violazioni sistematiche ai danni di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, comprendente detenzioni arbitrarie, torture, violenze sessuali, tratta, lavoro forzato, estorsioni e altre forme di sfruttamento. Il rapporto, relativo al periodo 2024-2025, aveva inoltre rilevato come le intercettazioni in mare da parte di attori libici fossero frequentemente caratterizzate da manovre pericolose e uso eccessivo della forza. Queste denunce assumono un significato particolare alla luce della strategia europea. L’Europa cerca infatti di ridurre gli arrivi rafforzando la capacità dei Paesi di transito di impedire le partenze. La Libia diventa così una parte fondamentale della frontiera europea senza essere territorio dell’Unione. È la frontiera prima della frontiera. Secondo l’ultimo rapporto disponibile dell’OIM, relativo a marzo-aprile 2026, in Libia erano presenti 943.748 migranti, distribuiti in 100 municipalità e 641 comunità. Il 53% si trova nella parte occidentale del Paese, il 36% nell’est e l’11% nel sud. Il dato è importante perché ridimensiona l’idea della Libia come semplice piattaforma di transito verso l’Europa. Una parte consistente delle persone migranti vive in Libia per periodi lunghi o la considera una possibile destinazione finale. Secondo la stessa rilevazione, il 40% indica la Libia come possibile destinazione finale, mentre il 7% dichiara di voler proseguire verso l’Europa. La migrazione libica, quindi, non può essere ridotta al solo fenomeno delle partenze verso l’Italia. Esiste una popolazione migrante numerosa, presente stabilmente nel Paese e inserita in larga parte in un mercato del lavoro informale, con una protezione giuridica inesistente. La frontiera europea incontra dunque una realtà molto più complessa di quella rappresentata dalle sole imbarcazioni che partono dalle coste.

LA LIBIA OLTRE LE MIGRAZIONI. A settembre la questione migratoria si è intrecciata anche con la persistente instabilità politica libica. Il 1° settembre le Nazioni Unite hanno accolto la firma di un accordo relativo ai primi due passaggi della roadmap politica dell’UNSMIL: la ricostituzione del Consiglio dell’Alta Commissione Elettorale e la soluzione delle questioni controverse nel quadro legislativo necessario alle elezioni presidenziali e parlamentari. Il processo politico libico rimane quindi incompleto. Ed è proprio questa frammentazione istituzionale a rendere particolarmente complessa qualsiasi politica europea fondata sulla cooperazione con le autorità libiche. La Libia infatti, non dispone di un sistema statale unificato capace di esercitare un solo controllo del territorio. La gestione migratoria avviene quindi all’interno di un contesto nel quale istituzioni, autorità locali, apparati armati e reti criminali possono sovrapporsi. È questa una delle ragioni per cui l’esternalizzazione della frontiera produce una contraddizione strutturale: l’Europa cerca stabilità e controllo attraverso interlocutori che operano all’interno di un sistema istituzionale ancora profondamente frammentato. La questione libica rimane quindi al centro di questa contraddizione. Da una parte l’Unione europea ha interesse a rafforzare le capacità libiche di intercettazione e controllo. Dall’altra, le stesse istituzioni internazionali continuano a documentare violazioni dei diritti fondamentali ai danni delle persone intercettate e riportate in Libia. Il rapporto delle Nazioni Unite del 2026 ha descritto un sistema nel quale criminalità organizzata, traffico di esseri umani e apparati di potere producono una vera e propria economia dello sfruttamento. Il problema è quindi più profondo della semplice cooperazione tra Stati. Riguarda la possibilità di conciliare il controllo delle frontiere con il rispetto effettivo dei diritti fondamentali. Riguarda la responsabilità per ciò che accade alle persone dopo l’intercettazione. E riguarda soprattutto il significato stesso della parola “sicurezza”. Perché una frontiera può essere resa più sicura per chi la attraversa dall’altra parte, ma diventare contemporaneamente più pericolosa per chi cerca di raggiungerla.

LE INTERCETTAZIONI E IL CASO FRONTEX. Il dato relativo alle intercettazioni e ai ritorni in Libia continua ad essere grave: 17.067 persone tra gennaio e metà settembre catturate in mare dalla sedicente Guardia costiera libica. Nel corso di settembre è tornato al centro dell’attenzione anche un rapporto dell’Ufficio per i Diritti Fondamentali di Frontex relativo a un’operazione della cosiddetta Guardia Costiera libica avvenuta nel giugno 2026. Secondo la ricostruzione dell’indagine, una motovedetta libica avrebbe effettuato una manovra pericolosa durante l’intercettazione di un’imbarcazione con 27 persone a bordo, tra cui donne e bambini, in acque internazionali. L’Ufficio per i Diritti Fondamentali di Frontex ha ritenuto che le modalità dell’operazione fossero incompatibili con il diritto alla vita e con il divieto di trattamenti inumani e degradanti. Il caso riporta al centro una questione già emersa più volte negli ultimi anni e ripetutamente denunciata dalla Organizzazioni Non Governative impegnate in mare nella ricerca e soccorso delle imbarcazioni migranti. Questione rilevante non solo ai fini della tutela delle persone migranti ma, anche ai fini dell’imputabilità eventuale di certe sistematiche condotte. Infatti, quando le operazioni di respingimento vengono delegate o sostenute da Paesi terzi, dove si colloca la responsabilità europea per ciò che avviene durante e dopo l’intercettazione? La domanda non è soltanto giuridica. È politica. Perché l’efficacia di un sistema di controllo delle frontiere non può essere valutata esclusivamente sulla base del numero di persone che non arrivano. Deve essere valutata anche considerando ciò che accade a quelle persone dopo essere state fermate e riportate esattamente nel luogo da dove erano fuggite (argomento che evidentemente non desta l’attenzione che meriterebbe). Il problema di fondo rimane quello che da anni divide gli Stati membri: come distribuire responsabilità e costi tra Paesi di frontiera e Paesi dell’interno. La crisi di Ceuta ha aggiunto una nuova dimensione alla questione. Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sottolineato che tutte le frontiere esterne dell’Unione sono frontiere europee, richiamando esplicitamente anche le pressioni migratorie nel Mediterraneo e la situazione di Ceuta. È un principio politicamente rilevante. Se le frontiere esterne sono europee, anche la loro gestione non può essere considerata esclusivamente responsabilità degli Stati nei quali esse si trovano. La questione è destinata a diventare ancora più importante nei prossimi mesi, quando il nuovo Patto entrerà nella fase operativa più avanzata. La politica italiana, nel mentre, rivendica la forte riduzione degli sbarchi rispetto agli anni precedenti e continua a rafforzare la dimensione operativa del controllo delle frontiere. Il 4 settembre è stato sottoscritto al Viminale un Memorandum per l’apertura in Italia di un ufficio operativo di Frontex, con sede presso l’aeroporto di Roma-Fiumicino. La struttura dovrà coordinare attività operative in Italia e Malta, compresi formazione, raccolta di informazioni, logistica e operazioni di rimpatrio. La scelta rappresenta un ulteriore passaggio nella progressiva integrazione tra strumenti nazionali ed europei di controllo delle frontiere. Non si tratta più soltanto di controllare gli arrivi. Il sistema tende a comprendere l’intero ciclo della migrazione irregolare: prevenzione delle partenze, intercettazione, identificazione, procedure di frontiera e rimpatrio.

L’AUMENTO DEI RIMPATRI. Da inizio anno al 28 settembre il cruscotto del Viminale indica 6.543 rimpatri di cui 5.610 forzati e 933 volontari “assistiti”. Nel medesimo periodo del 2025 furono in totale 4.898 di cui, 4.409 forzati e 489 volontari “assistiti”. Il tema dei rimpatri resta però uno dei punti più complessi dell’intero sistema migratorio europeo, perché la loro effettiva realizzazione dipende anche dalla cooperazione dei Paesi di origine e dalla disponibilità di documenti e accordi di riammissione.

L’ACCOGLIENZA IN ITALIA. La riduzione degli sbarchi non esaurisce il quadro della presenza migrante in Italia. Al 30 settembre 2026 risultano complessivamente 126.163 persone presenti nel sistema di accoglienza, di cui 86.087 nei centri di prima accoglienza (CAS adulti, CAS MSNA e progetti FAMI) e 39.558 nei progetti del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI). Il dato restituisce una fotografia diversa da quella offerta dai soli numeri degli arrivi via mare: dietro la diminuzione degli sbarchi rimane infatti una rete di accoglienza che continua a coinvolgere decine di migliaia di persone distribuite sul territorio nazionale. Tra le regioni con il maggior numero di persone accolte, l’Emilia-Romagna si colloca al terzo posto, con 11.105 presenze complessive: 7.372 nei centri di prima accoglienza e 3.733 nel SAI. Il dato regionale si colloca dietro Lombardia, con 15.827 persone, e Lazio, con 11.929, e precede Sicilia, Piemonte e Campania. La diminuzione degli sbarchi non determina automaticamente una riduzione della necessità di accoglienza. Al contrario, il sistema continua a rappresentare una componente strutturale delle politiche migratorie italiane, con un peso significativo anche in regioni, come l’Emilia-Romagna, che non coincidono con le principali aree di primo approdo.

IL 3 OTTOBRE. Ricordare è più che mai oggi necessario per non trasformare migliaia di persone in statistiche. È in questo contesto che il 3 ottobre assume un significato ancora più forte. Tredici anni fa 368 persone morirono davanti a Lampedusa. La maggior parte di loro era eritrea. Erano persone che avevano attraversato Sudan, Etiopia e Libia prima di salire su una barca che avrebbe dovuto condurle in Europa. Nel gennaio 2026 una delle vittime, un giovane eritreo, è stata identificata a distanza di quasi tredici anni. Era la vittima numero 186 identificata attraverso il lavoro di riconoscimento delle salme. La vicenda racconta un’altra dimensione della tragedia: quella delle persone che per anni sono rimaste senza nome, senza una storia riconsegnata alle proprie famiglie. Il 3 ottobre non ricorda soltanto un naufragio. Ricorda l’inizio di una consapevolezza. Ricorda che dietro ogni numero esiste una persona. E ricorda che il Mediterraneo non può essere raccontato soltanto attraverso le statistiche degli arrivi. Nel 2026, mentre celebriamo il tredicesimo anniversario di quella tragedia, i dati continuano a parlare di persone morte o disperse lungo la stessa rotta. Sono cambiate le politiche. Sono cambiati i dispositivi di controllo. Sono cambiate le rotte. Ma il mare continua a raccogliere vite. La memoria, quindi, non può limitarsi alla commemorazione. Deve diventare uno strumento per interrogare il presente.