di Eleana Elefante
Ci sono storie che non si possono raccontare come se fossero soltanto l’ennesimo fatto di cronaca. Questa è una di quelle.
Non scrivo queste righe erigendomi a magistrato, a operatore sanitario, a medico legale o a esperta di tecniche di polizia. Non conosco ancora la verità giudiziaria che emergerà e non spetta a me stabilirla. Quella arriverà dalle indagini della Procura, dall’autopsia e dal processo, se mai ci sarà.
Scrivo, invece, da persona che da oltre trent’anni si occupa di migrazioni, di diritti umani e di discriminazioni. Ma soprattutto scrivo da donna che Bologna l’ha scelta come casa all’inizio degli anni Novanta. Gli stessi anni in cui arrivò anche Abderrahim Fakir. Il clima che in quegl’anni si respirava non l’ho mai dimenticato. È inciso nel mio DNA.
Bologna è una città che mi ha dato tantissimo. È la città dove ho costruito la mia vita. Ma è anche la città in cui ho imparato, molto presto, cosa significasse essere percepiti come “diversi”. Erano gli anni in cui trovare una casa, per un marocchino, era spesso impossibile. E, diciamolo con onestà, anche per molti meridionali non era semplice. Bologna era una città straordinaria, colta e generosa ma non immune da pregiudizi che oggi, troppo spesso, fingiamo di aver dimenticato.
Da allora una domanda non ha mai smesso di accompagnarmi: se nel mio piccolo, ho sentito addosso il peso di una moltitudine errata di preconcetti, cosa avrà dovuto attraversare un bambino straniero arrivato in quella stessa Bologna, negli stessi anni? Una domanda che oggi, prepotentemente, riaffiora pensando ad Abderrahim Fakir.
Erano anni in cui bastavano il cognome, l’origine, il colore della pelle, per sentirsi fuori posto. Molti avevano strumenti, reti familiari o opportunità per difendersi. Lui, probabilmente, molti meno. Forse è anche per questo che oggi questa vicenda mi interroga così intimamente: perché racconta la storia di tante persone arrivate nella stessa città, negli stessi anni, ma con destini e possibilità profondamente diversi.
La morte di Fakir mi colpisce perché mi ricorda quanto sia fragile il confine tra l’essere considerati cittadini e l’essere ridotti a un’etichetta, ad un presupposto. Ed è proprio per questo che sento il dovere di raccontare questa vicenda con la massima cautela, senza processi sommari e senza assoluzioni preventive. Perché la ricerca della verità non appartiene alle tifoserie: appartiene alla giustizia.
Ci sono storie che non possono essere archiviate nella cronaca nera. Perché parlano di una persona, di una città, di un tempo. E ci obbligano a guardarci allo specchio. La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta il 19 luglio al Pilastro di Bologna, è una di queste.
In questi giorni abbiamo assistito a una valanga di video, ricostruzioni, testimonianze, dichiarazioni politiche, analisi mediche preliminari, polemiche e perfino odio riversato sui social. Abbiamo visto immagini che difficilmente si dimenticano e ascoltato parole ancora più difficili da cancellare: quelle della moglie, della nipote, degli amici, dei conoscenti. Abbiamo visto una famiglia chiedere soltanto tre cose: verità, giustizia e umanità. Richieste che dovrebbero guidare tutti noi.
Abderrahim Fakir non è un titolo di giornale. Era un uomo di oltre quarant’anni che viveva in Italia fin da bambino. Aveva costruito un’attività, lavorava, pagava le tasse, aveva colleghi, amici, una famiglia che lo aspettava in Marocco per trascorrere le vacanze estive. Secondo il racconto di chi lo conosceva, era riuscito a ricostruire la propria vita dopo gli errori della giovinezza, come accade a tanti.
Nelle ore successive alla sua morte è emersa una grande quantità di materiale. I filmati mostrano Fakir in evidente stato di alterazione e di grave sofferenza. Le cause di quella condizione sono oggi al centro delle indagini. I familiari parlano anche di una storia clinica caratterizzata da crisi asmatiche; gli esami medico-legali e tossicologici dovranno chiarire il ruolo di eventuali patologie pregresse, di altri fattori e delle modalità dell’intervento.
Intanto la Procura ha aperto un’inchiesta e sono stati iscritti nel registro degli indagati i due agenti di polizia e i quattro operatori sanitari intervenuti: un atto dovuto per consentire gli accertamenti irripetibili. Le prime valutazioni tecniche diffuse alla stampa parlano di una possibile compromissione delle vie respiratorie ma, sarà l’autopsia in corso in queste ore a stabilire con precisione la causa della morte e gli eventuali profili di responsabilità.
Ed è proprio questo il punto. Pretendere verità e giustizia non significa essere contro qualcuno. Significa essere dalla parte dello Stato di diritto, che tutela tanto le vittime, quanto chi è chiamato a rispondere delle proprie azioni attraverso un processo e non attraverso una sentenza emessa sui social. C’è solo una verità umana che possiamo già vedere. Un uomo chiedeva aiuto. Urlava. Respirava con difficoltà. E alla fine è morto.
Da quel momento il dibattito pubblico si è diviso quasi immediatamente in fazioni. Da una parte c’è chi ha parlato di razzismo sistemico, dall’altra chi ha cercato di attribuire ogni responsabilità esclusivamente alla vittima. In mezzo, come accade troppo spesso, è scomparsa la persona.
Nel frattempo continuano ad emergere altri episodi simili che meritano attenzione. Un video relativo ad un intervento di polizia avvenuto sempre a Bologna pochi giorni prima su un rapper in monopattino e con una protesi alla gamba, ha riacceso il dibattito sulle modalità operative adottate durante alcuni controlli. Anche questo episodio dovrà essere valutato nelle sedi competenti, ma alimenta interrogativi più ampi sulla formazione degli operatori, sulla gestione delle persone in evidente crisi sanitaria e sull’uso della forza. Interrogativi che non possono essere liquidati come un attacco alle forze dell’ordine perché, pretendere che ogni intervento sia proporzionato, competente e rispettoso della vita umana, significa anche tutelare la grande maggioranza degli agenti che svolge ogni giorno il proprio lavoro con professionalità. Lo stesso vale per il personale sanitario che, pur trovandosi spesso a operare in condizioni estremamente difficili, dentro un sistema segnato da carenze di organico e risorse insufficienti, dovrà anch’esso essere valutato dalla magistratura per comprendere se vi siano state omissioni o errori.
In questi giorni, quanto accaduto a Bologna, ha nuovamente diviso l’opinione pubblica. Da una parte migliaia di persone riunite in silenzio, accanto alla famiglia Fakir, nel nome della verità e della giustizia. Dall’altra gli scontri, la violenza, la strumentalizzazione politica che, la stessa famiglia ha pubblicamente respinto. Le parole della nipote, Yossra, hanno avuto una forza straordinaria: “Non siamo qui per chiedere odio. Siamo qui per chiedere verità, giustizia e rispetto”. “Dov’è l’umanità” ha più volte urlato. Sono parole che dovrebbero restare. Anche le autorità marocchine seguono gli sviluppi dell’inchiesta, così come numerosi media internazionali hanno raccontato quanto accaduto a Bologna. È un fatto che riguarda tutti, oltre alla credibilità delle nostre istituzioni e alla capacità dello Stato di fare piena luce su una morte avvenuta mentre una persona era sotto la sua custodia.
Qualunque sarà l’esito dell’inchiesta, una cosa non dovrebbe più accadere. Che una persona che chiede aiuto venga ricordata soltanto attraverso il modo in cui è morta. Abderrahim Fakir è molto di più. Ed è proprio da qui che dovrebbe ripartire ogni discussione seria: dal valore della vita umana. Perché una democrazia si misura anche da come protegge chi, in quel momento, è più vulnerabile.
La verità arriverà. L’umanità, invece, dipenderà da ciascuno di noi.