Di Eleana Elefante
Nel giorno del Nakba, il Ministero degli Esteri egiziano ha oggi dichiarato che Israele è responsabile della crisi umanitaria a Gaza. Da Israele, Netanyahu risponde che a Gaza non c’è nessuna crisi umanitaria e rifiuta qualsiasi ipotesi di sospendere l’offensiva in atto. Sia il sud che il nord della Striscia sono incessantemente sotto l’assedio israeliano e nonostante le risoluzioni delle Nazioni Unite, l’America decide di riprendere i trasferimenti di aiuti militari.
Oggi, il Congresso statunitense approva un pacchetto di “700 milioni di dollari per munizioni, per carri armati, 500 milioni di dollari in veicoli tattici e 60 milioni di dollari in colpi di mortaio”. 1 miliardo di dollari in più in armi e munizioni per Israele, avvallando, di fatto, la folle carneficina di Netanyahu. Solo settimana fa, la Casa Bianca aveva sospeso un singolo trasferimento di 1.800 bombe da 2.000 libbre (907 kg) e 1.700 bombe da 500 libbre (227 kg) in Israele, motivato da preoccupazioni per la vita dei civili a Gaza. Il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, aveva infatti dichiarato che avrebbe smesso di inviare armi offensive a Israele se avesse portato avanti l’invasione su larga scala di Rafah.
Il bilancio delle vittime di Gaza raggiunge i 35.173. Più di 190 cooperanti delle Nazioni Unite uccisi a Gaza fino ad oggi. Nella notte, a Gaza City, 6 persone sono state uccise nel loro appartamento, in due distinti attacchi israeliani. Tra loro, una madre e suo figlio. Ieri, colpita una scuola e una casa a Nuseirat, nel centro di Gaza, dove hanno perso la vita almeno 40 persone. Anche l’ospedale europeo di Khan Younis è ora fuori servizio poiché i generatori di energia hanno finito il carburante.
Ogni anno, dal 15 maggio 1948 i palestinesi ricordano la Nakba, letteralmente tradotta ed intesa come “la catastrofe”. Circa 750.000 palestinesi furono espulsi con la forza dalle loro case dalle milizie sioniste per far posto alla creazione dello Stato di Israele nel 1948. È un evento che, da allora, ha plasmato la politica tanto di Israele quanto della Palestina. Un evento che dura da 76 anni e che continua ad alimentare la guerra in corso a cui, impotenti, assistiamo, con le occupazioni, gli assedi, le demolizioni delle case, la confisca delle terre e tanto altro ancora che mai ha cessato d’essere da quel dì. La Nakba è ricordata come una rottura traumatica che ha portato alla distruzione della società palestinese.
Cenni storici per conoscere le origini del conflitto Israelo/Palestinese. La Nakba (in arabo per ‘catastrofe’) si riferisce alla pulizia etnica della Palestina nel 1948 da parte delle milizie sioniste per far posto alla creazione di Israele. Ma, gli eventi del Nakba possono essere fatti risalire al 1917, quando la Gran Bretagna, nella “Dichiarazione Balfour”, promise ai leader sionisti che avrebbe contribuito a stabilire in Palestina una “casa nazionale per il popolo ebraico”. Dopo la presa di Gerusalemme dall’Impero Ottomano, alla fine della Prima Guerra Mondiale (1914-18), la Gran Bretagna governò la Palestina tra il 1923 e il 1948 sotto un “mandato” della Società delle Nazioni. Sotto i 25 anni di dominio britannico, i palestinesi furono ripetutamente soppressi, mentre l’immigrazione ebraica europea fiorì e i gruppi sionisti furono addestrati e armati. Con la Gran Bretagna che decideva di porre fine al suo mandato sulla Palestina nel 1947 e le Nazioni Unite che non riuscivano a far rispettare un’amministrazione alternativa, i sionisti iniziarono ad attaccare i palestinesi come parte di una campagna sistemica di espulsione forzata.
Alla fine della Prima Guerra Mondiale, le forze sioniste avevano già ucciso 13.000 palestinesi, distrutto e spopolato circa 530 villaggi e città, commesso almeno 30 massacri ed espulsi 750.000 persone. Circa 150.000 palestinesi sono rimasti entro i confini del nuovo stato di Israele, molti dei quali sfollati internamente. Quelli espulsi nel 1948 e i loro discendenti contano oggi 5,8 milioni di rifugiati, che vivono per lo più nei paesi arabi vicini. Israele non ha mai permesso ai rifugiati palestinesi di tornare in patria, rendendo la loro situazione la più lunga crisi di rifugiati irrisolta nella storia moderna.
Dove sono adesso i rifugiati palestinesi? Circa l’80% della popolazione palestinese fu espulsa nel 1948 dalle forze sioniste nei paesi vicini. Oggi, più di 5,8 milioni di rifugiati registrati vivono in dozzine di campi nella Cisgiordania occupata, nella Striscia di Gaza, in Giordania, Siria e Libano.
Oggi, 15 Maggio 2024, 76 anni dopo, Israele continua a negare il diritto di quei palestinesi a rientrare nella propria terra. Dal 7 Ottobre, miete nuovi sfollati, ha distrutto oltre l’80% della Striscia, attacca i civili costretti a rifugiarsi nella città di Rafah, perpetra abusi nelle terre occupate della Cisgiordania. Israele non vuole porre fine a questo conflitto, lo completare, ovvero vuole porre fine – una volta per tutte – alla “questione palestinese” e al sogno del diritto di ritorno di tutti i profughi sfollati. Solo pochi giorni fa, gli israeliani hanno dato fuoco al perimetro del quartier generale di Unrwa a Gerusalemme Est occupata, forzando la chiusura della struttura.
I palestinesi non hanno dimenticato la catastrofe che ha portato al loro spostamento 76 anni fa. I loro discendenti vivono, da allora, come rifugiati nei campi all’interno e all’esterno della Palestina storica. La nuova generazione di rifugiati palestinesi sta resistendo all’oblio e alla resa. Si rifiutano di essere annientati, sognando il ritorno, la giustizia e la libertà. L’appello che rivolgono al mondo è quello di prevenire una nuova Nakba e salvare il popolo di Gaza. La comunità internazionale può e deve agire, soprattutto perché è responsabile della creazione di questa catastrofe.