di Eleana Elefante
STORIE DI FINE ANNO
Il Mediterraneo centrale continua a essere uno spazio in cui si concentrano tutte le contraddizioni contemporanee. I dati del 2025 confermano una realtà ormai strutturale: persone che continuano a partire, rotte che restano attive nonostante accordi, respingimenti e strategie di esternalizzazione, morti e dispersi drammaticamente dimenticati in mare. Nel corso dell’anno, agli attraversamenti si sono affiancati politiche migratorie sempre più orientate al contenimento e al controllo. Il 2025 si chiude con un Mediterraneo centrale che rimane una delle rotte migratorie più letali e complesse al mondo.
Un mare che continua a essere frontiera mortale, luogo di fuga e di fallimenti politici e umanitari. Un confine liquido in cui proseguono scellerate cooperazioni con Paesi terzi non sicuri, respingimenti sistematici verso la Libia, restrizioni alle operazioni di ricerca e soccorso, accanto a strumenti normativi, come da ultimo il Decreto Flussi 146/2025, che regolano l’ingresso per lavoro ma lasciano scoperto il tema delle migrazioni forzate e della protezione internazionale. Questo Report racconta i dati di fine anno, analizza le principali tendenze normative e politiche e, riflette sul contesto geopolitico che attraversa il nostro Mediterraneo, nonché sulle dinamiche di violenza e esclusione che accompagnano le persone in movimento.
I DATI SUGLI SBARCHI. Le cifre degli sbarchi, pur variabili mese per mese, hanno confermato anche nell’anno appena concluso, l’intensità della mobilità e le difficoltà nel garantire sicurezza e diritti umani a chi intraprende un viaggio migratorio. La mortalità continua ad essere troppo elevata, con migliaia di vittime ogni anno, sempre più invisibili e sole. Persone spesso non tracciate neanche nei conteggi ufficiali. La distanza tra politiche normative, strategie di contenimento e la realtà delle persone in fuga resta ampia: se da un lato si sviluppano strumenti legali per l’ingresso regolare e programmi di cooperazione, dall’altro persistono viaggi pericolosi, morti in mare e vulnerabilità strutturali. Nel 2025 sono arrivate sulle coste italiane dalla rotta centrale 66.296 persone,principalmente da Libia con contributi minori da Tunisia e altre coste nord-africane. Nel 2024 ne arrivarono 66.617. A dicembre 2025 si sono registrati 2.990 sbarchi, leggermente inferiori rispetto allo stesso mese del 2024 in cui ne arrivarono 3.080. La composizione delle nazionalità conferma tendenze consolidate: il 31% dei migranti proviene dal Bangladesh con 20.164 persone, seguita da Egitto con 9.091 persone; Eritrea con 7.579 persone; Pakistan con 4.383 persone; Sudan con 4.183 persone; Somalia 3.452 persone; Etiopia 2.203; Tunisia con 1.828; Algeria con 1.719 persone; Iran con 1.639 persone; Guinea con 1.448 persone; Siria con 1.317 persone; Nigeria con 957 persone. Mali, Marocco e altre nazionalità in coda. Decisamente in aumento è il numero dei minori stranieri non accompagnati arrivati durante tutto il 2025: 12.142 MSNA contro gli 8.752 di tutto il 2024.
I NAUFRAGI E DISPERSI. IL 2025 RESTA UN ANNO DI ALTISSIMA MORTALITÀ NEL MEDITERRANEO.
È stato un anno estremamente violento in tutto il Mediterraneo, da Gaza al Mediterraneo centrale. Il dramma delle migrazioni non si è interrotto nemmeno nei giorni di Natele. L’ultimo naufragio di dicembre 2025 ha registrato la perdita di almeno 116 persone, morte a seguito dell’ennesimo rovesciamento di un’imbarcazione carica di migranti al largo della Libia. L’unico sopravvissuto è stato salvato da un pescatore tunisino che ha poi fornito una prima ricostruzione dei fatti. Solo poche ore dopo la partenza, il 18 dicembre da Zuwara, nella Libia nord-occidentale, le condizioni meteorologiche sono peggiorate drasticamente, con venti che hanno raggiunto i 40 km orari. A dare l’allarme, il 24 dicembre, è stata l’organizzazione Alarm Phone, che alcuni giorni prima aveva lanciato l’allerta su quel barcone sovraccarico alla deriva. La sera del 21 dicembre, il naufrago. L’unico superstite alla tragedia, messo in salvo da un peschereccio tunisino mentre era ancora aggrappato a un frammento dell’imbarcazione, debole e in stato di shock, ha dichiarato che nessuno dei suoi compagni di viaggio a bordo di quel barchino è sopravvissuto. Si sta ancora cercando di verificare le circostanze in cui è avvenuta la tragedia e di entrare in contatto con i familiari dei sopravvissuti ma, sia la Guardia Costiera tunisina che quella libica hanno riportato di non aver effettuato alcun soccorso a causa delle condizioni meteo proibitive. Nessuna nave Ong era nelle condizioni di intervenire o in area. Solo Frontex ha sorvolato su quell’area tra il 20 e il 22 dicembre, ha ma per via della mancanza di trasparenza e coordinamento è impossibile sapere cosa abbiano visto e tracciato. Resta da chiedersi se, anche questo naufragio, si poteva evitare. Quel che è certo è che la notizia di questa barca era nota alle autorità già dal 20 dicembre e non è stata lanciata nessuna operazione di soccorso al di fuori dei sorvoli di Frontex di cui sono note solo le tratte.
La notizia non ha ricevuto l’eco mediatico che meritava, complice il fatto che è arrivata in coincidenza con i giorni del Natale.Dinanzi al naufragio più tragico del 2025, 116 persone sono scomparse nell’indifferenza generale di quella stessa identità umana e cristiana capace di commuoversi davanti ad un presepe. Le Organizzazioni Umanitarie stimano che almeno 1.195 persone sono morte o scomparse lungo la rotta centrale nel 2025, numeri che raccontano una mortalità tra le più alte del decennio, con un altissimo impatto soprattutto sui minori non accompagnati: Save The Children segnala che un minore su due morto nelle rotte migratorie nel 2025 è deceduto per annegamento.
I RESPINGIMENTI (PUSHBACKS). Anche i respingimenti lungo la rotta centrale sono continuati in modo sistematico con un totale dall’inizio dell’anno di oltre 26.940 persone riportate forzatamente in Libia. Tra loro, 23.380 uomini, 2.379 donne e 973 minori e 208 persone di cui non è stato possibile riconoscere il genere. Nel 2024 furono intercettate e respinte 21.762 persone con 1.699 persone morte e/o disperse. Queste pratiche, documentate anche in anni recenti, rientrano nel quadro più ampio di intercettazioni e riammissioni forzate in acque internazionali e nei porti nord-africani, che spesso violano il principio di non respingimento e mettono concretamente a rischio la vita delle persone.
CRISI REGIONALI E CONFLITTI NEL QUADRO DELLE POLITICHE MIGRATORIE ITALIANE ED EUROPEE.
La Libia del 2025 ha continuato ad essere il principale paese di partenza: instabilità politica, presenza di gruppi armati e una governance debole continuano a facilitare l’insediamento di traffici e di contrabbando umano. Le partenze dalla Tunisia sono invece diminuite ma, rimangono ancora presenti significativi fenomeni di traversate. La situazione in Medio Oriente e Africa come i conflitti aperti in Sudan e a Gaza, le instabilità in Siria, in Libano, in Iran, nello Yemen e in molte altre zone limitrofe, continuano ad alimentare i flussi migratori, creando ondate di persone in fuga da violenze, povertà e privazioni. Queste dinamiche hanno un impatto diretto sugli attraversamenti delle rotte del Mediterraneo centrale e sulla necessità di garantire una concreta protezione internazionale ma, niente si muove in tale direzione. Nel corso del 2025 l’Italia ha adottato diverse misure legislative, tra cui il Decreto Flussi 146/2025, convertito in legge il 27 novembre 2025 che, ha riorganizzato le modalità di ingresso regolare per motivi di lavoro, ampliando canali legali e procedure di protezione senza però toccare le questioni più complesse e strutturali legate al diritto d’asilo e alle fughe forzate. Questo intervento ha indubbiamente riflessi sul quadro più ampio delle politiche migratorie ma, non affronta affatto le cause profonde dei percorsi irregolari né via mare, né via terra. L’UE ha continuato la sua strategia di esternalizzazione delle frontiere, promuovendo accordi con paesi terzi per l’intercettazione in mare e il controllo alle frontiere sud-mediterranee. Critici sostengono che tali politiche non abbiano ridotto le traversate irregolari ma anzi, abbiano contribuito alla pericolosità delle rotte e alla mortalità in mare. Il controllo dell’immigrazione irregolare rimane un tema prioritario per tutti gli Stati membri dell’UE, pur con tensioni politiche tra chi chiede vie legali e sicure e chi enfatizza misure restrittive e deterrenti.
LA STORIA DI SARAH MARDINI: QUANDO SALVARE VITE DIVENTA UN CRIMINE.
Sarah Mardini è una delle protagoniste del film “Le nuotatrici” ispirato alla sua personale storia migratoria. Nel 2015 aveva diciotto anni quando fuggì dalla Siria insieme alla sorella Yusra. Durante la traversata dell’Egeo, l’imbarcazione su cui viaggiavano si fermò in mare aperto. Il motore non funzionava, la barca imbarcava acqua, le persone a bordo erano in preda al panico. Sarah e sua sorella si gettarono in mare e, per ore, nuotarono trainando il gommone fino alla costa greca. Un gesto di sopravvivenza che è diventato simbolo, racconto cinematografico, esempio di resilienza. Nel 2018, quella stessa capacità di stare in acqua per salvare vite diventa oggetto di accusa penale. Dopo aver ottenuto asilo in Germania, Sarah torna in Grecia come volontaria umanitaria sull’isola di Lesbo. Collabora alle operazioni di ricerca e soccorso, presta primo aiuto, traduce, segnala imbarcazioni in difficoltà. Non guida barche, non organizza traversate, non trae alcun beneficio economico. Svolge attività di supporto umanitario in uno dei principali punti di arrivo della rotta orientale del Mediterraneo. Nel 2018 viene arrestata insieme ad altri operatori umanitari. Le accuse mosse dalle autorità greche sono gravissime: favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, associazione a delinquere, spionaggio. Rischia fino a 25 anni di carcere. Il suo caso è emblematico di una tendenza sempre più evidente: la trasformazione del soccorso in mare in condotta penalmente rilevante. La figura del soccorritore viene progressivamente assimilata a quella del trafficante, in un contesto in cui le politiche migratorie privilegiano il contenimento e la deterrenza rispetto alla tutela della vita umana. La storia di Sarah Mardini si inserisce in una lunga serie di procedimenti giudiziari che, negli ultimi anni, hanno colpito persone e organizzazioni impegnate nel salvataggio in mare e nell’assistenza ai migranti, contribuendo a creare un clima di intimidazione e delegittimazione della solidarietà. Inserire la storia di Sarah Mardini in un report sul Mediterraneo centrale significa ricordare che la frontiera non è solo geografica, ma giuridica e morale. Il mare continua a essere uno spazio in cui il diritto internazionale del soccorso viene sospeso, reinterpretato o piegato a esigenze di controllo politico.
Nel Natale del 2025, in chiusura e bilancio di un intero anno, mentre il Mediterraneo registra ancora morti, dispersi e respingimenti verso luoghi non sicuri, la vicenda di Sarah ci interroga direttamente e apre una riflessione necessaria. Che cosa siamo disposti a criminalizzare pur di non assumerci la responsabilità di salvare? Se salvare una vita diventa un reato, il problema non è più chi attraversa il mare. Il problema è il modello di civiltà che stiamo costruendo.