REPORT MEDITERRANEO CENTRALE OTTOBRE 2025

di Eleana Elefante

TRA NAUFRAGI E SCOMPARSI, LA VOCE ASSENTE DI UN ESODO IN CRESCITA

In Ottobre 2025 le acque del Mediterraneo hanno continuato a essere teatro di esodi, intercettazioni e tragedie. Dietro ogni sbarco ci sono cause lontane (conflitti, povertà, persecuzioni), reti locali di controllo e, non da meno, decisioni politiche che si riflettono direttamente sulla vita e sulla morte di migliaia di persone. Questo report racconta e raccoglie dati, tendenze e responsabilità, non solo per informare ma, anche per orientare azioni concrete e risposte per un futuro che appare sempre più indefinibile. Il mese di Ottobre 2025 riconferma la persistenza e l’aumento dei flussi migratori verso l’Italia lungo tutta la rotta centrale del Mediterraneo. Una continuità di partenze da Libia e Tunisia, distribuite lungo tutto l’arco del mese e intervallate da tragici eventi. Contemporaneamente, le crisi umanitarie in corso e gli sviluppi geopolitici regionali aumentano la complessità dei flussi che verranno e il conseguente coordinamento dei soccorsi in aree sempre più sguarnite di assetti umanitari. Le diplomazie europee hanno affrontato il dossier migrazione con esiti operativi e nuove iniziative di cooperazione esterna a partire da fine Ottobre.

I DATI SUGLI SBARCHI. Anche i dati di Ottobre 2025, evidenziano una ripresa rispetto al 2024 dei flussi migratori verso le coste italiane. Da inizio anno al 31 Ottobre 2025 sono sbarcate 58.941 persone, contro le 55.413 del 2024. Un aumento di 3.528 unità nel 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024, ovvero il 6,36% in più. Nel solo mese di Ottobre 2025 si è registrato un totale di 7.933 sbarchi; nel mese di Ottobre 2024  ne arrivarono 7.822. Anche i dati relativi ai minori stranieri non accompagnati (MSNA) sono in crescita: al 31 Ottobre 2025, 10.510 MSNA sbarcati contro gli 8.752 arrivati al 31 Dicembre 2024. Un dato che ha già superato il totale dell’intero 2024. La composizione delle nazionalità dichiarate al momento dello sbarco mostra una netta prevalenza di alcune provenienze, che sottolinea le rischiosità interne di alcuni Paesi ritenuti “sicuri” dalla normativa europea vigente. In testa ritroviamo sempre il Bangladesh con 18.033 persone; l’Egitto con 8.103 persone; l’Eritrea con 7.234 persone; il Pakistan con 4.033 persone; il Sudan con 3.527 persone. Seguono la Somalia con 2.803 persone; l’Etiopia con 2.088 persone e la Tunisia con 1.564 persone.

I NAUFRAGI. Sono molteplici i naufragi che si sono consumati nel corso di questo mese lungo la rotta del Mediterraneo centrale. E’ sempre l’area che bagna le nostre coste quella che registra il più alto numero di vittime per naufragio. Numeri senza nome svaniti in fondo al mare. Da inizio anno al 31 Ottobre, solo su questa rotta, 1.044 morti (25.480 dal 2014) e 22.509 respingimenti verso le coste libiche. Anche qui i dati sono in crescita se consideriamo che in tutto il 2024 furono intercettate 21.762 persone e ne morirono 1.969. Il 16 Ottobre, un’imbarcazione con a bordo circa 35 persone si è capovolta in acque SAR maltesi. Nonostante le ripetute richieste d’aiuto rivolte alle Autorità di Libia, Malta e Italia, nessuno è intervenuto. 20 persone sono morte, andate disperse. Tra loro una donna incinta. Il 19 Ottobre, un barcone sovraffollato con a bordo circa 91 persone è naufragato al largo di Lampedusa. 14 dei superstiti in gravissime condizioni, intossicati da esalazione di carburante ed in ipotermia. 2 cadaveri ritrovati nella stiva. 85 persone sopravvissute provenienti da Pakistan, Eritrea e Somalia. Tra loro una donna incinta e 5 bambini. Il 22 Ottobre un terzo naufragio al largo delle coste tunisine di Salakta nel governariato di Mahdia, nel sud-est del Paese. 40 morti tra cui diversi neonati. Uno degli incidenti più drammatici per numero di vittime del 2025. Sopravvissuti e soccorsi dalla Guardia Costiera tunisina 30 persone, tutte provenienti dal Sub-Sahara. Il 28 Ottobre, un quarto naufragio si è consumato in acque libiche, all’altezza di Sabratha, tristemente nota per le copiose partenze di migranti su imbarcazioni di fortuna messe a disposizione da veri e propri trafficanti di esseri umani, interni alle stesse autorità locali. 18 i corpi senza vita recuperati, alcuni dei quali incagliati fra gli scogli. 64 i sopravvissuti di cui 29 uomini del Sudan, 18 uomini del Bangladesh, 12 del Pakistan, 3 uomini della Somalia, 1 donna e un bambino del Sudan.  Una conta infinita di perdite a cui non siamo più in grado di restituire nemmeno un minimo di dignità, non un nome, non una nazionalità, non una degna sepoltura. Ovviamente, anche sulle rotte del Mediterraneo orientale ed occidentale si sono verificati episodi analoghi. Fra gli ultimi, il 25 Ottobre, nel Mar Egeo, a pochi chilometri dall’isola greca di Kos, un gommone con a bordo 19 persone migranti, partite dalla città costiera di Bodrum, nel sud est della Turchia, è affondato. Solo 2 i sopravvissuti e 17 corpi recuperati.

Quanta umanità abbiamo smarrito insieme a queste vite scomparse nel nostro mare? In questa frontiera che è il Mediterraneo, dal 2014 a oggi hanno trovato la morte di 32.803 persone, oltre 2.700 all’anno. Anche questa è guerra. Niente nomi, solo numeri, svaniti in fondo al mare. Stime al ribasso, perché molti episodi non vengono nemmeno segnalati. Nonostante ciò, si tenta di tenere una macabra contabilità di queste scomparse. Da Gennaio di quest’anno, in tutto il Mediterraneo, 1.328 morti, tra cui 77 i bambini. Nel frattempo l’Europa che fa? L’Italia dal 2017 ha stretto un accordo con la Libia, il cosiddetto Memorandum Italia-Libia che, anche quest’anno si è rinnovato automaticamente il 2 Novembre. Le organizzazioni internazionali continuano a denunciare le gravissime violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti detenuti illegalmente e ripetutamente violati con indicibili torture nel Paese Nord-Africano ma tutto resta invariato. Ogni volta che un barcone affonda nel Mediterraneo, muore anche un pezzo della nostra umanità.

La “vecchia Europa” sulle orme della visione “fortezza” promossa oltreoceano dagli interpreti del pensiero Maga. Solo Pochi giorni fa, 20 Paesi europei (tra cui Italia e Germania) hanno indirizzato una lettera al Commissario Ue per gli Interni Magnus Brunner e all’Alta Rappresentante Kaja Kallas. I Ministri firmatari hanno proposto in buona sostanza l’espulsione sistematica e coordinata di quei cittadini afgani “irregolari” presenti nell’Ue, ribadendo la necessità di “gestire i casi di chi non ha diritto di restare”. Hanno così proposto un “rimpatrio ordinato, dignitoso e sicuro delle persone”, in un Paese, l’Afghanistan, il cui Governo non è riconosciuto dall’Onu e da nessuno Stato occidentale, dove discriminazioni, carcerazioni ed esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno. Senza gli eccessi d’oltreoceano, la vecchia Europa sembra condividere la visione di ripulire il continente europeo come i più fedeli interpreti del pensiero Maga. Un bel cambio di prospettiva se pensiamo che nel 2015, solo dieci anni fa, la Germania di Angela Merkel apriva le frontiere ai migranti della rotta balcanica, 800mila persone, nel nome di quella “Willkommenskultur” (la cultura dell’accoglienza) che, purtroppo, non ha mai fatto breccia nei restanti Paesi. Poteva essere un movimento contagioso invece fu solo una tappa, o meglio, un inciampo, nel processo di isolamento dell’Europa incalzato dall’onda crescente del populismo di estrema.

 Il centro di Gjader in Albania un anno dopo. Un anno dopo dall’inizio dei trasferimenti delle prime persone nel centro per migranti costruito dall’Italia a Gjader, in Albania, la struttura è pressoché vuota. Attualmente solo 25 migranti sono trattenuti al suo interno e almeno 66 ritrasferiti dall’Albania nel nostro Paese per ordine dei Tribunali. Numeri ben lontani dallo scopo per il quale quei centri erano stati costruiti e che prevedevano una rotazione di 3000 migranti al mese. Nella struttura che, dallo scorso marzo,  è stata riconvertita in Centro per il Rimpatrio (CPR),  ci sono più poliziotti italiani che migranti. Gli uomini detenuti al suo interno vengono descritti come imbambolati, in stato catatonico per effetto degli psicofarmaci ripetutamente somministrati. Diversi gli atti di autolesionismo e tentativi di suicidio, almeno 95 riscontrati. Non si sa quante persone siano state effettivamente rimpatriate nei loro Paesi d’origine. Si stimano 40 circa in tutto. Il costo complessivo di questo ennesimo scellerato Protocollo, che perdurerà almeno fino al 2028, ammonta a 671,6 milioni di euro. Per la fase iniziale del progetto sono stanziati 73,48 milioni di cui 65 milioni per le strutture e 8,48 milioni per spese correnti (legge 21 febbraio 2024, n. 14, art. 6). Nel 2024 sono stati stanziati ulteriori 96,1 milioni per i costi operativi. Per soli 5 giorni di attività nel 2024 sono stati spesi 570 mila euro di soldi pubblici. Ingenti fondi per la costruzione dei centri, la loro gestione, gli apparati telematici, per i viaggi, la diaria, il vitto e alloggio degli uomini dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, per l’affitto delle aule a Roma per le video-udienze, per luce e riscaldamento, per le spese di viaggio di avvocati e interpreti, ecc. In conclusione, dal 2025 al 2028 sono previsti costi per circa 125 milioni l’anno con il rischio che siano più di propaganda che di sostanza. Su queste spese ora pende un esposto alla Corte dei conti dell’Organizzazione Internazionale indipendente ActionAid.

Come qui sempre si ricorda, chi fugge da persecuzioni raramente dispone di alternative legali. Criminalizzare l’ingresso irregolare significa, quindi, ignorare la natura forzata della fuga. E l’assenza di canali umanitari di ingresso non riduce la clandestinità, bensì la alimenta. I tassi di mortalità̀ sulle rotte migratorie, in particolare nel Mediterraneo centrale, la più letale al mondo, evidenziano la contraddizione tra la retorica della “lotta ai trafficanti” e la realtà̀ fatta, invece, di naufragi e respingimenti. Organizzazioni indipendenti segnalano un costante peggioramento del rispetto dei diritti fondamentali alle frontiere esterne dell’Ue, documentando i pushback illegali, abusi ripetuti nei centri di detenzione e accordi di riammissione opachi in violazione del diritto nazionale e internazionale.